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Criptovalute e bitcoin, classificabilità e conseguenze tributarie

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  • Tax planning and consultancy - Briefings

07-06-2021

La rapida notarietà e diffusione delle criptovalute (dei 27 bitcoin in particolare) non è stata seguita da un adeguata

regolamentazione dal punto di vista normativo. È dibattuta la possibilità di qualificare (con tutte le relative conseguenze dal punto di vista impositivo) le criptovalute alternativamente come valute estere, strumenti finanziari o beni immateriali, con l’Amministrazione finanziaria italiana che pare, seppur non in maniera espressa, aver aderito all’interpretazione che assimila le suddette a valute estere, non tenendo in debito conto il carattere di a-territorialità delle stesse e la loro riconoscibilità come meri mezzi di scambio privi di valore monetario.

Dunque tale equiparazione, a parere di chi scrive non è pienamente condivisibile per una pluralità di ragioni Dal diverso inquadramento giuridico che può essere dato alle criptovalute discendono rilevanti conseguenze dal punto di vista fiscale, le quali potrebbero avere un rilevante impatto sulla loro diffusione.

 

Premessa

A partire dal 2009, data della loro creazione ad opera dell’hacker Satoshi Nakamoto, i Bitcoin hanno raggiunto enorme notorietà e diffusione; basti pensare che attualmente sono disponibili in rete 21 milioni di Bitcoin mentre quelli effettivamente in circolazione sono circa 9 milioni ed il relativo valore è passato da 0 (nel 2009) a diverse migliaia di dollari[1].

Inoltre, si è assistito ad una rapida proliferazione di una pluralità di criptovalute (categoria all’interno della quale i Bitcoin continuano a rappresentare la tipologia più nota e diffusa).

Dal punto di vista tecnico, le valute virtuali possono essere definite come

«… registrazioni digitali di valore non emesse da una banca centrale o da un’autorità pubblica. Esse non sono necessariamente collegate a una valuta avente corso legale, ma sono utilizzate come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento e possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente …»[2].

Le criptovalute, non hanno natura fisica, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto fisico bensì su dispositivi elettronici, nei quali vengono conservate in “portafogli elettronici” (c.d. wallet) e sono pertanto liberamente accessibili e trasferibili dal titolare, in possesso delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento, senza bisogno dell’intervento di terzi.

Vengono emesse e funzionano grazie a dei codici crittografici e a dei complessi calcoli algoritmici, in sostanza, vengono generate grazie alla creazione di algoritmi matematici, tramite un processo di mining (letteralmente “estrazione”) e i soggetti che creano e sviluppano tali algoritmi sono detti “miner”.

Lo scambio dei predetti codici criptati tra gli utenti, avviene per mezzo di una applicazione software. Per utilizzare le criptovalute, gli utenti devono entrarne in possesso:

  • acquistandoli da altri soggetti in cambio di valuta legale;
  • accettandoli come corrispettivo per la vendita di beni o servizi.

La circolazione delle criptovalute, quale mezzo di pagamento si fonda sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato che, sulla base della fiducia, la ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi, riconoscendone, quindi, il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge.

Si tratta, pertanto, di sistema di pagamento decentralizzato, che utilizza una rete di soggetti paritari (peer to peer) non soggetto ad alcuna disciplina regolamentare specifica.

Seppure le criptovalute rappresentano una galassia piuttosto variegata possono delinearsi taluni tratti comuni e distintivi:

  • sono create da un emittente privato (nel caso delle c.d. valute centralizzate) o, in via diffusa, da utenti che utilizzano software altamente sofisticati (nel caso delle c.d. valute decentralizzate);
  • non sono fisicamente detenute dall’utente, e sono movimentate attraverso un conto personalizzato (c.d. e-wallet), questi portafogli elettronici sono generalmente software, sviluppati e forniti da appositi soggetti (c.d. wallet providers);
  • possono essere acquistate con moneta tradizionale su una piattaforma di scambio ovvero ricevute online direttamente da qualcuno che le possiede, per poi essere detenute su un “portafoglio elettronico”;
  • i titolari dei portafogli elettronici e i soggetti coinvolti nelle transazioni rimangono anonimi[3].

Va da subito sottolineato come le valute virtuali si differenziano dalla moneta elettronica per due elementi fondamentali:

  • non rappresentano in forma digitale le comuni valute a corso legale non essendo emesse o garantite da una banca centrale;
  • non hanno corso legale (i.e. non devono essere obbligatoriamente accettate per l’estinzione delle obbligazioni pecuniarie).

 

Classificazione alternativa delle criptovalute ed eventi tassabili

 

La discreta diffusione delle criptovalute non è stata seguita da un adeguata regolamentazione dal punto di vista normativo, ad oggi l’unica definizione è recata dall'articolo 1, comma 1, del Dlgs 25 maggio 2017, n. 90[4].

Dal punto di vista fiscale, merita menzione il lavoro dell’Ocse che nel 2020 ha pubblicato uno studio[5] sul trattamento fiscale delle valute virtuali che ha il pregio di affrontare in modo sistematico le varie fasi del ciclo di vita della valuta virtuale e fornire i principi che possono diventare i cardini delle legislazioni dei Paesi aderenti.

Secondo l’Ocse è individuabile:

  • il momento della creazione, dove la criptovaluta viene ad esistenza ed è assegnata ad un investitore. Come accennato la creazione può avvenire tramite il “mining” ma anche attraverso altri sistemi come l’”airdrps”, la distribuzione gratuita di gettoni o il “forging”;
  • la conservazione, dove la criptovaluta è conservata in portafogli elettronici;
  • lo scambio.

In assenza di un chiaro inquadramento normativo, è dibattuta la possibilità di qualificare (con tutte le relative conseguenze dal punto di vista impositivo) le criptovalute quali:

  • valute estere;
  • strumenti finanziari.
  • beni immateriali

Su 43 Paesi esaminati dall’Ocse, 30 hanno già nella loro legislazione una classificazione giuridica per le criptovalute, mentre 13 ne sono ancora sprovvisti, tra cui Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Corea, Messico, Norvegia, Perù, Spagna, Svezia e anche l’Italia.

 

Eventi tassabili

 

Il primo possibile evento tassabile è quello della creazione ovvero il momento in cui a seguito del processo di “mining” (ad esempio anche se la creazione può avvenire in diversi modi) la criptovaluta può essere conservata in portafogli elettronici ed eventualmente scambiata.

In alcuni Paesi, il reddito prodotto dall’attività di mining costituisce reddito diverso da quello di capitale, ovvero reddito d’impresa. I costi relativi al mining sono però deducibili (è questo il caso del Regno Unito, della Finlandia e della Norvegia). Negli Stati Uniti, sotto certe condizioni, il mining è considerato “self employment income”.

Comunque solo la minoranza dei Paesi che hanno legiferato in materia, hanno stabilito che il primo momento impositivo coincida con la creazione e non con lo scambio.

Non essendo presente in Italia una legislazione specifica, sembra difficile dire che il momento della creazione possa costituire un momento tassato, anche se i principi generali potrebbero ricondurre l’attività ad un’attività di impresa di tipo occasionale, con conseguente registrazione di un ricavo pari al valore corrente della criptovaluta assegnata.

Il momento dello scambio comporta una particolare analisi. Possono individuarsi infatti tre tipi di scambio:

  • scambio di una criptovaluta con un’altra criptovaluta;
  • scambio di una criptovaluta con un bene o un servizio;
  • scambio di una criptovaluta contro moneta avente corso legale.

Sempre secondo il quadro che emerge dallo studio dell’Ocse, la maggioranza dei Paesi che hanno specifiche legislazioni al riguardo, considerano tassabile uno qualsiasi degli scambi sopra individuati.

 

Valute estere

 

L’Amministrazione finanziaria italiana pare, seppur non in maniera espressa, aver aderito all’interpretazione che assimila le criptovalute a valute estere[6].

Tale assimilazione deriverebbe dalla natura di moneta alternativa a quella tradizionale avente corso legale emessa da una Autorità monetaria, la cui circolazione, quale mezzo di pagamento si fonda sull'accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato che ne riconoscono il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge.

Si tratterebbe, dunque, di un sistema di pagamento decentralizzato, che utilizza una rete di soggetti paritari (peer to peer) non soggetto ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governa la stabilità nella circolazione.

In particolare, nella risoluzione 72/E del 2 settembre 2016 l’agenzia delle Entrate ha affermato che «… gli user utilizzano le monete virtuali, in alternativa alle valute tradizionali principalmente come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi ...» ed ancora «… la Corte

europea[7] ha riconosciuto che le operazioni che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale bitcoin e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra il prezzo di acquisto delle valute e quello di vendita praticato dall’operatore ai propri clienti, costituiscono prestazioni di servizio a titolo oneroso. Più precisamente, secondo i giudici europei, tali operazioni rientrano tra le operazioni relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio ...».

Ed in maniera ancora più chiara, nella risposta ad interpello Dre Lombardia 22 gennaio 2018, n. 956-39/2018 «… alla luce di quanto precede si ritiene che, ai fini delle imposte sul reddito, delle persone fisiche che detengono bitcoin (o altre valute virtuali) al di fuori dell’attività d’impresa, alle operazioni di conversione di valuta virtuale si applicano i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali ...».

Ricordiamo che lo scambio di valuta (e quindi anche la criptovaluta) non è considerato tassato se effettuato da una persona fisica non per fini speculativi. Si considera effettuato a fini speculativi se si detiene un ammontare in valuta eccede euro 51.000 per sette giorni consecutivi o comunque se il profitto eccede euro 51.646. La tassazione del profitto è al 26 per cento, senza deduzione di costi.

A parere di chi scrive, l’equiparazione delle criptovalute a valute estere non è pienamente condivisibile per una pluralità di ragioni.

Una valuta è emessa da un’autorità pubblica come una banca centrale e rappresenta un titolo di credito al portatore garantito dall’emittente.

Una valuta è riconosciuta come moneta a corso legale che presuppone l’obbligo di accettazione ed il potere di estinguere un’obbligazione di pagamento almeno nello Stato dell’autorità pubblica emittente[8].

Sia il Fondo monetario internazionale[9] che la Bce[10] collegano la valuta al riconoscimento pubblico che diritto di credito in essa incorporato rappresenta e ciò comporta che una valuta possa essere accettata anche al di fuori dei confini nazionali dell’autorità pubblica emittente, sulla base del credito attribuito al Paese dell’emittente.

Lo stesso legislatore comunitario, in materia di antiriciclaggio, ha espressamente escluso che alle criptovalute possa essere riconosciuto lo status giuridico di valuta o moneta, pur potendo essere accattate da persone fisiche o giuridiche come mezzo di scambio[11].

 

In continuità con tale linea interpretativa si è posto anche l’Interpretation Committee esprimendosi su richiesta diretta dell'International accounting standards board (Iasb) in relazione al trattamento contabile da riservare alle criptovalute[12] ha osservato che le stesse non rientrano nella definizione di disponibilità liquide non assolvendo la funzione tradizionale della moneta.

In altri termini, non essendo universalmente accettate quale mezzo di pagamento non possono essere definite quali moneta. Infatti, in base ai principi contabili internazionali[13] elemento caratteristico della moneta è quello di rappresentare un mezzo di scambio comunemente accettato e per tale motivo rappresenta l’unità di misura di tutte le operazioni rilevate a bilancio.

In ultimo si osserva come, anche la Banca d’Italia, ha escluso che le criptovalute possano essere considerate rappresentazioni in via digitale delle comuni valute[14].

D’altronde le criptovalute non svolgono le medesime funzioni della valuta non avendo corso legale, non dovendo essere obbligatoriamente accettate.

In altri termini, la loro utilizzabilità quale mezzo di scambio solo a fronte di accordo tra le parti rappresenta un discrimine fondamentale che rende non condivisibile tale assimilazione.

Al contrario possono essere riconosciute quali meri mezzi di scambio privi di valore monetario, anche in considerazione del fatto che, per espressa previsione normativa[15] i relativi prestatori di servizi vanno qualificati quali operatori non finanziari.

Ulteriore aspetto da tenere presente è la “a-territorialità” propria delle criptovalute[16], le quali essendo mere rappresentazioni digitali di valori circolanti in rete non avrebbero alcuna connessione geografica con luoghi fisici. Come per quanto riguarda il c.d. e-commerce diretto[17] le criptovalute si troveranno, per definizione, sempre e solo nella rete, conseguentemente risulta impossibile dare una connotazione territoriale (non essendoci beni fisicamente in transito da una nazione ad un’altra).

All’opposto le valute estere hanno una connotazione squisitamente territoriale, dato che sono tipicamente emesse da uno stato (o da un’autorità pubblica o da enti sovranazionali) che la riconosce quale mezzo di pagamento valido sul proprio territorio.

Prodotti finanziari

Alla luce di un recente orientamento della Corte di Cassazione[18] (espresso in una pronuncia in tema di assoggettabilità della compravendita di criptovalute alle disposizioni del Testo unico sulla Finanza) si ritiene che quest’ultime possano essere ritenute assimilabili a strumenti finanziari.

Nel dettaglio, la Corte di Cassazione pare aprire ad un’assimilazione delle criptovalute a strumenti finanziari laddove vengano utilizzati per finalità speculative (la fattispecie trattata dalla Suprema Corte riguardava una proposta d’investimento operata dal soggetto agente, in maniera simile agli strumenti finanziari tradizionali).

Ebbene, appare chiaro che la finalità principale che nella prassi sono andate ad assumere le criptovalute è proprio quella speculativa, che in assenza di un mercato regolamentato, avviene tramite molteplici portali di trading.

Inoltre, si osserva che per “prodotti finanziari” il Testo Unico della Finanza, considera gli strumenti finanziari e “ogni altra forma di investimento di natura finanziaria” categoria che appare la più varia e quindi la più idonea ad accogliere le criptovalute.

Ciò in linea anche con quanto affermato dalla Consob[19], che individua l’investimento di natura finanziaria ogni qualvolta il risparmiatore impiega il denaro con un’aspettativa di profitto.

Anche se tale interpretazione è stata fortemente criticata dall’Interpretation Committee dell’International accounting standards board la quale ha sostenuto che le criptovalute non soddisfano la definizione di financial asset contenuta nello Ias 32[20] non rientrando in alcuna delle quattro categorie elencate al paragrafo 11 del citato principio contabile internazionale, a parere di chi scrive pare la più aderente alla vera natura e funzione delle stesse.

Beni immateriali

A parere dell’Interpretation Committee le criptovalute rientrerebbero nella definizione di attività immateriali contenuta nel principio contabile internazionale Ias 38[21] trattandosi di attività non monetarie prive di consistenza fisica, separabili e vendibili individualmente senza dare diritto a ricevere un corrispettivo fisso e determinabile.

Tale interpretazione, a parere dello scrivente, ignora totalmente la funzione di prodotto finanziario speculativo che, nella prassi, sono andate via via ad assumere le criptovalute.

Infatti, indipendentemente dall’assenza di un mercato regolamentato, l’altissima diffusione raggiunta e la presenza di molteplici piattaforme di scambio rende poco coerente tale interpretazione.

 

Conseguenze tributarie della classificazione

Dal diverso inquadramento giuridico che può essere dato alle criptovalute discendono rilevanti conseguenze dal punto di vista fiscale, le quali potrebbero avere un rilevante impatto sulla loro diffusione.

Valute estere

Le conseguenze dal punto di vista fiscale della qualificazione quali valute estere delle criptovalute fornita dall’agenzia delle Entrate appaiono rilevanti.

Infatti come evidenziato dal Tar Lazio[22], le operazioni aventi ad oggetto le valute virtuali produrrebbero redditi diversi di natura finanziaria e sarebbero sempre assoggettate alla disciplina del monitoraggio fiscale perché assimilabili ad attività finanziarie estere detenute al di fuori del circuito degli intermediari finanziari residenti in Italia.

Di conseguenza, le plusvalenze[23] derivanti da cessioni a termine o a pronti (al superamento delle soglie quantitative di giacenza media normativamente previste) genererebbero un reddito diverso di natura finanziaria ex articolo 67, comma 1, lett. C-ter del Dpr 917/1986 (c.d. Tuir) con i conseguenti obblighi dichiarativi e di assoggettamento ad imposta sostitutiva.

Per quanto riguarda gli obblighi di monitoraggio fiscale, come accennato in precedenza, a parere dell’Amministrazione finanziaria, l’intrinseca estraneità delle criptovalute al circuito degli intermediari finanziari residenti, comporterebbe automaticamente l’obbligo di monitoraggio fiscale.

Pertanto sarebbe irrilevante la circostanza che l’attività finanziaria possa essere considerata come “collocata” in Italia, e il possessore di valute virtuali, fiscalmente residente in Italia sarebbe automaticamente assoggettato agli obblighi di compilazione del Quadro RW del Modello Redditi Persone Fisiche indipendentemente dalle modalità di conservazione.

Sul punto si segnala l’esistenza di un orientamento dottrinale[24] che esclude la sussistenza degli obblighi di monitoraggio fiscale laddove la persona fisica avesse la disponibilità della chiave privata, che rappresenta il mezzo attraverso il quale si manifesta la volontà di disporre delle criptovalute. Tale chiave privata consente di spendere direttamente la valuta elettronica attraverso la rete, per la quale non esiste un concetto di “estero” o di “territorio nazionale”.

Nel dettaglio, in assenza di specifica collocazione geografica, l’accertamento relativo alla sussistenza degli obblighi di monitoraggio fiscale dovrebbe essere basato sulle modalità con cui il contribuente detiene le criptovalute (i.e. detiene la chiave privata[25]).

Al fine di appurare il luogo dove sono situate le criptovalute occorrerebbe verificare il luogo dove è detenuto il portafoglio virtuale, a tal fine la dottrina parrebbe essersi orientata come segue:

  • in caso di utilizzo di hardware wallet il luogo di detenzione dovrebbe coincidere con il luogo dove si trova l’hardware, con conseguente obbligo di monitoraggio fiscale solo nel caso sia sito all’etero;
  • in caso di conservazione su dispositivi mobili, in considerazione del fatto che tali dispositivi, quali ad esempio gli smartphone, seguono i movimenti del proprietario, bisognerebbe rifarsi alle norme relative alla determinazione della residenza fiscale delle persone fisiche.

Si precisa tuttavia che, a parere di chi scrive, in tutte le ipotesi in cui il contribuente non è nella disponibilità esclusiva della chiave privata (ad esempio perché detenuta da un intermediario specializzato) pare difficile escludere la sussistenza degli obblighi di monitoraggio fiscale, stante l’estraneità dal circuito degli intermediari finanziari residenti.

In capo ai soggetti societari, l’attività di intermediazione di criptovalute contro valute aventi corso legale, svolta con criteri di continuità e professionalità è rilevante sia sotto il profilo delle imposte dirette che sotto il profilo dell’Imposta sul valore aggiunto.

Ai fini Iva, l’assimilazione delle criptovalute a valute estere comporterebbe l’applicazione del regime di esenzione[26].

Ai fini delle imposte dirette il risultato dell’attività di intermediazione, rappresentato per:

  • gli ordini di acquisto, dalla differenza tra la provvista economica fornita dal cliente e il costo di acquisto effettivo;
  • gli ordini di vendita, dalla differenza tra il prezzo di vendita praticato dalla società e il corrispettivo garantito al cliente;

concorre alla formazione della base imponibile.

Ulteriore conseguenza derivante dall’assimilazione delle criptovalute a valute estere consisterebbe nell’impossibilità di applicare il regime del c.d. Risparmio amministrato ex articolo 6, Dlgs 21 novembre 1997, n. 461[27], con conseguente obbligo di procedere alla tassazione delle relative plusvalenze nell’ambito della dichiarazione dei redditi e di adempiere agli obblighi di monitoraggio fiscale.

Strumenti finanziari

In caso di assimilazione delle criptovalute a degli strumenti finanziari, con riferimento al trattamento fiscale si può integralmente richiamare quanto diversi, con applicazione, da parte dell'intermediario, dell'imposta sostitutiva; ii) la possibilità di compensare le plusvalenze con le minusvalenze precedentemente conseguite presso lo stesso intermediario e di riportare a nuovo le eccedenze negative; iii) l'esclusione dal monitoraggio fiscale in merito alle attività estere affermato nel paragrafo precedente, con un’unica rilevante differenza rappresentata dall’applicabilità del sopra citato regime del risparmio amministrato.

Tale circostanza appare assolutamente rilevante, in quanto, consentirebbe l’esclusione degli obblighi dichiarativi.

Beni immateriali

L’assimilazione delle criptovalute a beni immateriali, in caso di titolari persone fisiche che operano senza il carattere della professionalità e dell’abitualità, comporterebbe la non imponibilità delle plusvalenze derivanti dalla cessione delle criptovalute.

Ulteriore conseguenza sarebbe l’esclusione degli obblighi di monitoraggio fiscale, venendo esclusa la natura di investimento o attività finanziaria estera[28] .

Per quanto riguarda, al contrario i soggetti societari, l’attività di intermediazione di criptovalute contro valute aventi corso legale sarebbe ugualmente rilevante sotto il profilo delle imposte dirette, concorrendo alla formazione del reddito imponibile secondo i criteri descritti nel precedente paragrafo 3.1.

L’imposta sul valore aggiunto troverebbe applicazione con aliquota ordinaria, venendo considerata la transazione una vera e propria cessione di beni.

 

(Contributo comparso nella sezione Norme & Tributi su Il Sole 24 Ore)



[1] Cfr. Borsa Italiana, "Bitcoin: cos'è e come funziona".

[2] Cfr. Banca d'Italia, Comunicazione 30 gennaio 2015.

[3] Cfr. Banca d'Italia, "Avvertenze sull'utilizzo delle cosiddette valute virtuali".

[4] Il Bitcoin viene definito come «…la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un'autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di

 scambio per l'acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente …».

[5] Taxing Virtual Currencies, An Overview of Tax Treatments and Emerging Tax Policy Issues.

[6] Cfr. agenzia delle Entrate risoluzione 2 settembre 2016, n. 72 e interpelli Dre Liguria 9 settembre 2018, n. 903-47/2018 e Dre Lombardia 22 gennaio 2018, n. 956-39/2018

[7] Corte di giustizia dell’Unione europea sentenza 22 ottobre 2015, causa C-264/14.

[8] Cfr Ocse nello studio già citato, cap.1.2.5.

[9] IMF Discussion Note – Virtual Currencies and Beyond, 29 luglio 2020.

[10] ECB Crypto-Assets Task Force, 2019.

[11] Cfr. Articolo 3, punto 18, direttiva 2015/849  «…valute virtuali»: una rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente…».

[12] Interpretation Committee, Paper 12 riunione dell’11 e 12 giugno 2019.

[13] Cfr. Ias 32 «… La moneta (disponibilità liquide) è un'attività finanziaria in quanto rappresenta il mezzo di scambio e per questo è la base sulla quale tutte le operazioni sono misurate e rilevate nel bilancio. Un deposito di disponibilità liquide in una banca o in un analogo istituto finanziario è un'attività finanziaria perché rappresenta il diritto contrattuale del depositante a ottenere disponibilità liquide dall'istituto o a emettere un assegno o uno strumento analogo in favore di un creditore attingendo al deposito per il pagamento di una passività finanziaria …».

[14] Banca d'Italia, "Avvertenza sull'utilizzo delle cosiddette valute virtuali", nota, 30 gennaio 2015.

[15] Cfr. articolo 3, comma 5, lett. I), Dlgs 231/2007, come modificato dal Dlgs 90/2017 «… rientrano nella categoria di altri operatori non finanziari … i prestatori di servizi relativi all'utilizzo di valuta virtuale …».

[16] Come osservato da Assobit e da Blockchainedu nell'ambito del ricorso introduttivo della controversia decisa con la sentenza del Tar Lazio 1077 del 27 gennaio 2020 «… caratteristica essenziale di tale strumento sarebbe dunque la sua "a-territorialità", dal momento che la disponibilità delle valute virtuali coincide con il possesso della chiave privata necessaria a trasferirle, che, a sua volta, costituisce un codice crittografico univoco, del quale non può predicarsi una sorta di conservazione in un luogo fisico …».

[17] Il commercio elettronico diretto ha ad oggetto i servizi elettronici, ossia operazioni che si svolgono interamente (i.e. sia l’ordine che la messa a disposizione del bene o servizio) in modalità telematica (cfr. art. 58 della direttiva 2006/112/Ce). Tipici esempi sono le forniture di siti web, di e-book o la messa a disposizione di database (cfr. allegato II alla direttiva 2006/112/Ce e allegato I al regolamento Ue 282/2011).

[18] Corte di Cassazione, sentenza 26807 del 25 settembre 2020.

[19] Servizi di investimento - Nozione di prodotto/ strumento finanziario (consob.it).

[20] «… Uno strumento finanziario è qualsiasi contratto che dia origine a un'attività finanziaria per un'entità e a una passività finanziaria o a uno strumento rappresentativo di capitale per un'altra entità. Una attività finanziaria è qualsiasi attività che sia: a) disponibilità liquide; b) uno strumento rappresentativo di capitale di un'altra entità; c) un diritto contrattuale … d) un contratto che sarà o potrà essere estinto tramite strumenti rappresentativi di capitale dell'entità…».

[21] «… Un'attività immateriale è un'attività non monetaria identificabile priva di consistenza fisica ..».

[22] Tar Lazio, sentenza 1077 del 27 febbraio 2020.

[23] Per determinare la plusvalenza derivante dal prelievo delle criptovalute dal wallet, occorre contrapporre il controvalore in euro della valuta ceduta o utilizzata al costo di acquisto considerate cedute per prime le valute acquisite in data più recente (cfr. Interpello Dre Lombardia 956-39/2018).

[24] D. Deotto, S. Zanardi, «Aspetti critici della disciplina tributaria delle criptovalute», in L'Accertamento, 2, 2018, p. 26.

[25] Si ribadisce che la chiave privata è il codice che consente al possessore di trasferire le valute virtuali ad altri soggetti privati o ad altri portafogli virtuali.

[26] Cfr. articolo 10, comma 1, n. 3, Dpr 633/1972 «… Sono esenti dall'imposta … le operazioni relative a valute estere aventi corso legale e a crediti in valute estere, eccettuati i biglietti e le monete da collezione e comprese le operazioni di copertura dei rischi di cambio …».

[27] Il citato regime prevede: i) la tassazione in base al realizzo, per ciascuna operazione, dei redditi diversi, con applicazione, da parte dell'intermediario, dell'imposta sostitutiva; ii) la possibilità di compensare le plusvalenze con le minusvalenze precedentemente conseguite presso lo stesso intermediario e di riportare a nuovo le eccedenze negative; iii) l'esclusione dal monitoraggio fiscale in merito alle attività estere.

[28] Ai sensi dell'articolo 4 del Dl 28 giugno 1990, n. 167 « Le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate ai sensi dell'articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, residenti in Italia che, nel periodo d'imposta, detengono investimenti all'estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi ...».